18 maggio 1944: la deportazione dei Tatari di Crimea

tat

 

Il Novecento ha visto tanti stermini di popoli da essere definito “il secolo dei genocidi”. Il 18 maggio di 71 anni fa ebbe inizio quello dei Tatari di Crimea. Era il 1944, anno cruciale della II Guerra mondiale, una ecatombe con più di 50 milioni di morti.

I Tatari deportati sono fuori di quel conteggio, anche se la loro sorte dipese da quella guerra.

La  Crimea era la terra dei Tatari, un miscuglio di più popolazioni sopraggiunte in quella penisola nei lunghi secoli dei grandi spostamenti di popoli dalle steppe dell’Asia verso occidente. Dal 1400 avevano avuto una propria organizzazione statale, il Khanato di Crimea, che durò fino alla fine del 1700, quando fu conquistato dall’impero zarista. Poiché la Russia, zarista prima, sovietica poi, li guardava con sospetto per il loro essere musulmani, così come musulmano era il vicino e spesso antagonista impero ottomano, iniziarono per il popolo tataro gli spostamenti forzati, che ridussero di molto la popolazione tatara presente in Crimea, che venne sostituita da quella russa.

Allo scoppio della II Guerra mondiale, da cittadini sovietici quali erano, i tatari furono chiamati a combattere contro i nazisti, ma la Crimea fu invasa dalle truppe di Hitler ed occupata per circa due anni. Quando fu liberata, Stalin accusò la popolazione tatara – quella rimasta, formata di vecchi, donne e bambini  – di collaborazionismo con quello stesso nemico che contemporaneamente gli uomini tatari validi  stavano combattendo. Nel giro di un paio di giorni circa 200 mila Tatari furono caricati su carri bestiame e tenuti rinchiusi fino a che non arrivarono a destinazione, in parte in Uzbekistan, in parte in Kazakhstan.

La percentuale dei sopravvissuti a quel viaggio della morte è calcolata in varia maniera, ma pare non superasse di molto il 50 per cento. La loro colpa: essere stati occupati dai nazisti ed essere sopravvissuti, oltre che avere delle proprie tradizioni, una propria cultura e una propria religione.

Ai Tatari non fu permesso di ritornare nella terra di origine nemmeno dopo il congresso del PCUS, del 1956, quello in cui si denunciarono i crimini di Stalin, tra cui anche la loro deportazione. Dovettero aspettare gli anni ’80 per cominciare il loro ritorno e, finalmente, nell’Ucraina indipendente videro riconosciuta la propria autonomia nella Repubblica autonoma di Crimea. Breve parentesi. Ora i Russi sono tornati in Crimea, dichiarandola “terra della gloria russa” da cui storicamente non possono prescindere.

I nuovi governanti russi hanno vietato ai Tatari ancora presenti in Crimea di commemorare quella deportazione, adducendo scuse ridicoli: tutte le piazze sono occupate da altre manifestazioni, qualcuna è improvvisamente inagibile…

In Ucraina i Tatari esuli  hanno potuto tenervi le loro cerimonie commemorative. Ma solo lì, lontani ancora una volta da quella che considerano la loro “patria”.

 

http://112.ua/mnenie/kak-zashhitniki-sovetskoy-simvoliki-obyasnyat-tragediyu-krymskih-tatar-229823.html

http://www.memorialitalia.it/archivio_mem/gulag/w2d3/v3/view/feltrinelli/gulag/cronologia/cronache–127/dettagliof087.html?from_crono=true&pagina=13

 

 

 

 

 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *