Armadi e scheletri

  sche2

In Kazakhstan un gruppo di attivisti della città di Alma Ati  chiede che sia vietato nelle scuole per la ricorrenza del 9 maggio l’uso dei nastri “gheorghievskie”, nastri a strisce arancione e nero che in origine accompagnavano una onorificenza riservata dalla zarina Caterina ai militari distintisi nella guerra di Crimea a metà del Settecento e che ora sono simbolo del nazionalismo russo.

In Kazakhstan questi nastri sono visti come simbolo della colonizzazione cui fu soggetto il Paese da parte dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica tra Otto e Novecento, quando il Kazakhstan visse una vicenda per molti versi paragonabile a quella degli indiani pellirosse del Nord America. Pastori nomadi vaganti nelle infinite pianure asiatiche, i kazaki furono costretti a diventare sedentari, a farsi contadini, a perdere le loro radici culturali. Anche per loro si parla di genocidio: più di 1 milione e mezzo di kazaki morirono solo negli anni 1932-’33, sotto Stalin. Meglio, dicono gli attivisti in una lettera aperta indirizzata al sindaco della città, se i bambini sfoggeranno nastri del colore della bandiera nazionale, azzurro chiaro.

Per la cronaca, i nastri a strisce arancione-nero che gli attivisti kazaki vorrebbero fossero vietati sono ricomparsi alla ribalta in quanto utilizzati, non a caso, come segno distintivo dagli “uomini verdi”, ovvero dagli infiltrati russi in Crimea, e dai separatisti filorussi nel Donbass.

E’ una piccola notizia, indubbiamente. Ma è un segno in più di quanto sia indispensabile nell’universo del Centro e dell’Est Europa, fino dentro all’Asia sovietica, rileggere la storia del XX secolo ridando spazio alle nazioni, ai popoli. Quello che nell’Europa occidentale è, o sembra, una tappa storica ormai superata, non lo è affatto in quell’enorme calderone che fu l’impero zarista prima e l’Unione sovietica poi. Se lo si riuscisse a fare con sguardo sereno, senza schierare eserciti, ripartire dal riconoscimento di quanti popoli furono sottomessi, sterminati, deportati, privati della propria lingua e della propria cultura, potrebbe essere la premessa per cominciare un’altra storia.

Putin può pure sognare il ritorno dell’Unione Sovietica. Ma gli scheletri prima o poi saltano fuori dagli armadi.

http://podrobnosti.ua/2028066-v-kazahstane-trebujut-zapretit-georgievskie-lentochki.html

http://www.eastjournal.net/russia-il-nastro-di-san-giorgio-e-linvenzione-della-tradizione/42836

 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *