Chi gli crede?

Nell’imminenza delle elezioni in Ucraina Putin ha dichiarato: «Io credo che russi e ucraini siano un unico popolo…una nazione, di fatto. Abbiamo molte cose in comune, vantaggio competitivo in una qualche forma di integrazione. Il riavvicinamento è inevitabile» (riportato da “Il Sole 24 ore” del 21 luglio).

Ma come può Putin pensare davvero che gli Ucraini credano alle sue parole?

Dalla testimonianza del 1954 di Yurij Lavrinenko, studioso, letterato, autore di numerose opere sulla storia sovietica, che racconta della “carestia politica” del 1933 di cui fu testimone:

“Speciali brigate furono spostate da Leningrado a da altre città della Russia, più di 20.000 uomini, con il compito di confiscare il grano nei villaggi ucraini. Questi poi chiamarono in aiuto l’Armata rossa. Una parte il grano veniva trasportato in Russia dove veniva stoccato nelle stazioni ferroviarie o all’aperto. L’altra parte veniva trasportata ad Odessa o in altre i posti sul Mar Nero e di lì verso paesi stranieri…. In base alle mie personali osservazioni, sono giunto alla conclusione che durante il periodo della carestia almeno 6 milioni di persone morirono di fame in Ucraina e che l’80% della intellighentsia ucraina fu eliminata…” (Holodomor Reader, A Sourcebook on the Famine of 1932-1933 in Ukraine, by B. Klid and J. Motyl, Toronto 2012).

E’ una delle innumerevoli testimonianze che raccontano pure di come nei villaggi agli ucraini morti venivano sostituite famiglie di russi, per riempire le case svuotate e rimpiazzare nei lavori dei campi, famiglie russe ai cui membri venivano dati compiti di comando. O che raccontano di come parlare ucraino era sufficiente per finire in Siberia.

La memoria di quel genocidio, che ha potuto riemergere solo con la crisi dell’Unione sovietica, ha scavato un fossato non più colmabile. Dopo l’holodomor e Chernobyl la distanza tra i due popoli è ormai un dato di fatto.

Adesso ci dovrebbe essere il rispetto reciproco. Quando la Crimea sarà restituita e il Donbass lasciato in pace.

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