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Botta e risposta. Putin il 3 settembre ha dichiarato alla Tass che “la questione della Crimea è chiusa”. Poroshenko gli ha risposto che la questione della Crimea “è effettivamente chiusa. Lo è dal 1954 e dal 1991. La Crimea è, fu e sarà ucraina”. Il 1954 è la data della decisione del Pcus di “passare” la Crimea dalla appartenenza alla Russia alla appartenenza all’Ucraina; il 1991 quella dell’indipendenza dell’Ucraina dalla Russia, votata anche dagli abitanti della Crimea.

E sulla Crimea un noto ed influente commentatore politico russo, Vadim Schtepa, analizzando la situazione della Crimea a due anni dall’annessione, ha constatato che la penisola economicamente stava meglio sotto l’Ucraina, dalla quale riceveva l’acqua necessaria per la sua agricoltura, l’energia elettrica, alla quale era anche direttamente collegata attraverso strade, ferrovie ed aeroporti. Ora gli aerei che vengono da Mosca e dalle altre città russe, non potendo sorvolare l’Ucraina, allungano il giro, e le compagnie aeree straniere hanno cancellato i voli per Sinferopoli, le banche, persino quelle russe, se ne sono uscite dalla penisola, le grandi aziende energetiche russe non ci sono andate, le compagnie di telefonia mobile non vi lavorano, l’impresa di costruire un ponte sullo Stretto di Kerch, tentata sia dai Tedeschi nel 1943 durante l’occupazione nazista, sia dai sovietici dopo nel 1944,  e finita male in entrambi i casi, la cui conclusione è ora prevista per il 2018, si sta rivelando assurda per i costi – almeno 3 miliardi di euro – e gli ostacoli naturali, e via discorrendo.

La conclusione cui giunge alla fine della sua analisi Schtepa è che così come si presenta oggi la situazione è insostenibile. E propone una soluzione economica. L’Ucraina, colpevole di non aver sviluppato l’economia della Crimea nei suoi 20 anni di indipendenza, non conquistandosi così le simpatie della parte russa della popolazione, installata a suo tempo lì dopo la deportazione dei tatari,  è in una crisi economica gravissima. Mosca, d’altra parte, non può sperare che il mondo riconosca la sua annessione e il referendum fatto sotto la minaccia delle armi, fatti che ricordano all’Occidente annessioni di hitleriana memoria. Dunque, perché non uscire dall’impasse con l‘acquisto della Crimea da parte della Russia e con il pagamento regolare di acqua, energia, via di comunicazione, ecc. all’Ucraina? Il precedente storico può essere trovato, secondo Schtepa, nell’acquisto dell’Alaska, comperata dagli Stati Uniti alla Russia. Soluzione impraticabile, però, dice Schtepa, perché l’imperialismo di Putin non vi si piegherebbe.

E noi aggiungiamo: l’Alaska era un territorio quasi disabitato, la Crimea no. C’è la questione aperta dei tatari, che con la Russia non vogliono stare e che hanno lì la loro patria. Ci sono i diritti umani non rispettati. E c’è quella “cosa” impagabile che è la democrazia, una democrazia corrotta, ridotta, ma comunque democrazia.

Quando la Russia sarà diversa, quando non sarà più quell’anacronistico e infinito territorio tutto dipendente da Mosca, ovvero quando la Russia non sarà più la Russia di Putin, forse…

http://www.pravda.com.ua/rus/news/2016/09/6/7119723/

http://ru.delfi.lt/opinions/comments/vadim-shtepa-pochemu-krym-pri-rossii-ne-stal-zhit-luchshe.d?id=72220170

http://www.eurointegration.com.ua/rus/interview/2016/09/5/7054052/