Donbass, Polonia ed Estonia

Il conflitto nel Donbass è tra quelli che hanno fatto più vittime negli ultimi 70 anni in Europa, dalla fine della II Guerra mondiale. Così è scritto nella relazione pubblicata dalla Direzione per il coordinamento delle questioni umanitarie dell’ONU, che sottolinea come il numero delle vittime continua a crescere, soprattutto tra i civili, con un crescendo negli ultimi mesi. I civili finiscono in mezzo agli scambi di colpi tra gli insorti filo-russi e l’esercito ucraino oppure saltano sulle mine. Nel 2017, sempre secondo quella relazione, si sono avuti 105 civili uccisi e 486 feriti.

La recente legge votata dal Parlamento polacco relativamente all’Istituto della memoria nazionale che vieta non solo la dizione “campi di sterminio polacchi” – dizione effettivamente ambigua, i campi di sterminio in Polonia erano tedeschi -, ma anche il semplice parlare di collaborazionismo polacco, non tiene conto che il collaborazionismo fu fenomeno diffuso in tutta l’Europa occupata dai nazisti. Una percentuale “fisiologica” della popolazione per vari motivi si schierò con i più forti. Ad Est, inoltre, la propaganda nazista strumentalmente seminò l’illusione che a fine guerra sarebbero stati creati degli Stati nazionali indipendenti dall’Unione Sovietica e che in essi si sarebbe restituita la terra ai contadini e ripristinata la proprietà privata. Che una parte limitata della popolazione abbia creduto in questa prospettiva è un dato storico, che si può approfondire, non vietando anche solamente di parlarne. Da qui le reazioni internazionali.

Anche nei confronti dell’Ucraina la nuova contestata legge polacca rischia di suscitare o di risuscitare odi e rivendicazioni. E’ certo che nell’ovest dell’Ucraina ci furono episodi di violenza tra ucraini e polacchi con responsabilità di  entrambe le parti. L’Ucraina , con il suo presidente, dinanzi al Parlamento polacco, ha riconosciuto che si trattò di episodi terribili e da condannare. Ritirarne fuori ora nuovamente la memoria, vuol dire suscitare nuovi risentimenti, mescolando il passato con il nazionalismo odierno, comprensibilmente presente in un Paese attaccato da un Paese straniero.

In questo Paese straniero, la Russia, un cui aereo da guerra qualche giorno fa è passato a qualche metro da un aereo  militare americano sul Mar Nero, il presidente Putin ha avuto la brillante idea di dare il nome “Tallinskiy” ad un reggimento dell’aviazione da guerra con base a Khabarovsk. Questo, si legge nella legge, per “conservare le gloriose tradizioni militari”. La scelta del nome ha allarmato l’Estonia, di cui Tallin è la capitale. Occupata, assieme alla Lituania e alla Lettonia, nel 1940 dall’Unione Sovietica, in base al patto Ribentropp-Molotov del 1939, il Paese Baltico è ritornato indipendente dal 1991. Ma continua ad essere troppo vicino  all’orso russo…

http://podrobnosti.ua/2223702-samyj-smertonosnyj-za-poslednie-70-let-v-oon-otsenili-konflikt-na-donbasse.html

https://112.ua/mir/antibanderovskiy-zakon-v-polshe-o-chem-govoritsya-v-dokumente-i-chem-eto-mozhet-ugrozhat-ukraincam-na-praktike-431056.html

https://ru.delfi.lt/abroad/russia/putin-nazval-odin-iz-aviacionnyh-polkov-tallinskim.d?id=77056629

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/01/29/aereo-guerra-russo-sfiora-veivolo-usa_bJmYyNSrfHLREiDu3fPPJI.html

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