Igor Kostin, il testimone

KOSTIN

Non era ucraino, ma moldavo. Nel 1986 era il fotografo ufficiale in Ucraina per l’agenzia ufficiale dell’Unione Sovietica “Novosti”, dedicata alla comunicazioni estere. Fu il caso – la sua amicizia con un elicotterista – che lo fece diventare il testimone del disastro nucleare di Chernobyl, L’amico gli telefonò in piena notte dicendogli che doveva essere successo qualcosa di grosso alla centrale e che, se voleva, poteva salire con lui sull’elicottero. Lui prese la macchina fotografica, alcuni rullini e andò. Vide per primo dall’alto la centrale scoperchiata, scattò tutte le foto che poté, abbassandosi il più possibile, avvicinandosi il più possibile.

Quando tornò a casa per sviluppare quei rullini, si accorse che aveva fatto una fatica inutile: le foto erano bruciate dalle radiazioni, solo una foto, molto sgranata era ancora leggibile.

Questo è l’inizio della storia di Igor Kostin, fotografo di Chernobyl, l’uomo che tornò più e più volte a fotografare dall’esterno e poi, quando fu possibile, dall’interno, il mostro che terrorizzò il mondo e che ancora se ne sta lì, come in agguato, conservando al proprio interno la sua potenza distruttiva.

Da fotografo – quello era il suo mestiere – si trasformò per scelta, non per caso, in testimone. E girò il mondo mostrando le sue fotografie che raccontano dei primi liquidatori morti, dei loro funerali con le parate di rappresentanti dell’esercito, ma senza bare pesanti, blindate, portate via per essere sepolte lontane dai luoghi abitati. Foto che raccontano dei pompieri eroi che salirono sul tetto del reattore perché qualcuno lo doveva fare e i robot su quel tetto impazzivano. Foto che fissano il viso di una madre serrata nel suo dolore, le fila di autobus che portano via la gente con i fagotti dell’essenziale per due-tre giorni, così era stato detto. Foto successive della natura che si sta ingoiando i segni dell’esistenza degli uomini, foto delle  case abbandonate, dei giocattoli lasciati in un angolo. Una Pompei dei nostri giorni.

Le foto di Kostin sono state esposte ovunque, in mostre importanti, in città importanti. Anche in Italia. E il libro che raccoglie le foto e il suo racconto è stato pubblicato in molti Paesi, tradotto in molte lingue.

Igor Kostin è morto oggi in un incidente stradale. Ma resta nella storia dell’Ucraina. E le ricorda il suo passato. A quelle foto fu vietato di essere pubblicate, di essere viste nell’Unione Sovietica. Il suo libro “Chernobyl. Confessioni di un reporter”, è sì stato tradotto in molte lingue, ma non in russo e in ucraino.

Per capire l’Ucraina di oggi e il suo rapporto con la Russia erede dell’Unione Sovietica bisogna assolutamente ricordarsi di Chernobyl, una specie di grande bomba nucleare che ha sottratto all’Ucraina una regione storicamente e culturalmente importante, terre fertili, la città di Pripiat, appena costruita, che ha provocato un numero di vittime che non si potrà mai definire e minato la salute della popolazione di una zona che non si sa dove finisca.

L’Ucraina non perdona all’Unione Sovietica di avere costruito quella centrale, di concezione originariamente militare, a poco più di 100 kilometri dalla sua capitale, 2 milioni di abitanti, e soprattutto di avere taciuto per giorni prima di avvertire la popolazione di quanto era accaduto e di dare indicazione su come proteggersi dalla contaminazione. L’Ucraina non perdona che mentre negli altri Paesi si sapeva, loro, i più esposti, non sapevano. Sembra loro un segno di disprezzo per la loro vita, per la salute dei loro figli, da parte di Mosca. E si ricordano di altre tragedie venutele da Mosca, come l’holodomor.

Evidentemente, Putin non ritiene che la memoria storica esista anche negli Ucraini. Lui pensa alla memoria delle glorie militari russe…

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