La forza della propaganda

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Una sintesi stringata della storia del popolo ucraino tra gli anni ’30 e la fine della II Guerra mondiale è in “La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale” di Svetlana Aleksievich, la giornalista e scrittrice bielorussa premio Nobel per la letteratura 2015. Riporta la narrazione di una donna moldava che aveva partecipato alla guerra come infermiera. Dice la donna:” Poco tempo fa sono stata in visita alle mie compagne del fronte in Ucraina. Vivevano in un grande villaggio nei dintorni di Odessa. Al centro del villaggio si ergevano due obelischi: mezzo villaggio era morto a causa della fame e tutti gli uomini erano periti in guerra“.

“La fame” cui si riferisce è forse l’holodomor, il genocidio del 1932-’33, la morte per fame di milioni di contadini ucraini – da 4 milioni e mezzo in su, fino a 7 milioni o ancora di più, con esattezza non lo si saprà forse mai – decisa da Stalin per risolvere il problema del nazionalismo ucraino e per vincere l’opposizione alla collettivizzazione forzata delle campagne. Oppure una delle carestie successive, legate, in una delle terre più fertili del mondo, a squilibrate politiche agrarie imposte dall’alto. La guerra è la guerra contro i nazisti che occuparono l’intero Paese. In mezzo le ondate successive di repressioni dell’intellighentsia, dei quadri del partito, della chiesa, il sistema del Gulag in piena attività. E poi, dopo la riconquista dei sovietici, l’accusa di essere sopravvissuti alla dominazione nazista.

Una osservazione a margine. Gli ucraini furono vittime del sistema staliniano in una misura eccezionale, ma non furono certo i soli. Il sistema era contro il suo stesso popolo. E fa specie leggere che in Russia i mass media riescono ancora a presentarlo, e con successo, come un periodo felice in cui tutto andava bene per i Russi fino a farne coltivare la nostalgia.

 

 

 

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