Radici? no, imperialismo.

aquila

Nel Donbass si continua a morire, a goccia a goccia, un morto oggi, tre domani, nessuno nei giorni fortunati. E nel Donbass continuano ad arrivare convogli di carri armati e di sofisticati complessi missilistici russi.

I 10.000 morti sono superati da un pezzo. E’ una vera guerra, di cui nessuno vuole riconoscere l’esistenza, paradossalmente nemmeno l’Ucraina, che la definisce “operazione anti-terrorismo”. Il primo tra Russia e Ucraina che nominerà la parola ‘guerra’ sarà accusato dall’altro di averla dichiarata ufficialmente. Il mondo occidentale può così limitarsi alle sanzioni, evitando di schierarsi apertamente contro la Russia di Putin, il presidente ora riammesso al nel consesso dei capi di Stato dei grandi Paesi per il suo intervento in Siria.

Ma quanto “vale” il Donbass? Ormai le sue infrastrutture sono in gran parte distrutte. Restano le miniere, in funzione o anche ferme. Strano che gli ucraini di nazionalità russa installatisi in quelle regioni da solo due-tre generazioni ci tengano tanto a voler restare. Quella era zona abitata da ucraini fino a che la grande “carestia politica” non ne vuotò i villaggi. Strano perché i russi sono abituati a spostarsi e, purtroppo, soprattutto ad essere spostati – le “deportatsiie” verso la Siberia fanno parte della loro storia -.

La questione è generale e riguarda tutti i Paesi in cui si trovano fianco a fianco persone che non condividono tutto: lingua, religione, tradizioni. Finché si convive nella accettazione dell’altro tutto funziona. Ma spesso questo non avviene. Ed è una questione perenne. Tanto per portare qualche esempio, restando in Europa, la diversità religiosa in Germania dopo la Riforma protestante – Pace di Augusta del 1555 e principio del “cuius regio eius religio” – costrinse gli abitanti dei vari principati che non erano disposti a condividere la confessione religiosa del loro principe, luterano o cattolico che fosse, a trasferirsi in un altro principato. Per ragioni politiche tutto il ‘900 la fascia di terra dal Baltico al Mar Nero ha visto spostarsi volta a volta verso est o verso ovest tutti i popoli che la abitano: lituani, lettoni, estoni, polacchi, tedeschi, ucraini, austriaci, ungheresi, romeni.  E, qui a casa nostra, il Sud-Tirolo vide una parte della sua popolazione, di nazionalità tedesca, spinta dal governo fascista oltre il confine nelle terre del Reich – che non sapeva bene dove metterli, in Baviera, in Galizia o addirittura, pensate!, nella Crimea allora occupata -.

Dunque, nel caso degli ucraini-russi del Donbass – meno del 40% della popolazione della regione -, non dovrebbe essere quasi naturale per loro passare quel confine che i soldati russi attraversano avanti e indietro con i loro armamenti e andarsene di là, in quella “madre Russia” che considerano loro patria? La Russia è grande, sconfinata – 17 milioni di kmq – ed è poco abitata, pochissimo – 146 milioni di persone, ovvero 9 abitanti per kmq.

Non è per loro una questione di radici, ma di politica e di ideologizzazione. Putin vuole un territorio continuo che colleghi la Russia alla Crimea, penisola strategicamente importante con le sue basi militari per il controllo del Mediterraneo e, grazie ai mezzi di informazione da lui orientati, condiziona la popolazione che segue i canali radio-televisivi russi. Vuole il Donbass, non importa quante sofferenze questo comporti per le popolazioni di quelle regioni, russi compresi – si parla di “catastrofe umanitaria” -.

Ora in Occidente molti giovani si spostano da un Paese all’altro, soprattutto per studio, e poi decidono di vivere lì dove più gli piace. Per scelta. Una mentalità troppo “moderna” per i Russi? O troppo in contrasto con la visione imperialista per la quale “là dove vi sono dei Russi lì è Russia”? Principio che applicato su larga scala e a tutti i Paesi, non solo alla Russia, porterebbe ad una catastrofe, globale.

Non è che i tempi moderni hanno bisogno di un nuovo senso di “nazionalità” che non coincida con un confine di filo spinato? E riusciranno i Russi ad uscire dal passato?

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