San Stalin?

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Nel 2009, il 5 maggio, il giornale “Repubblica” pubblicava un lungo articolo di Arsenij Roginskij, presidente di “Memorial“, l’ong che ha come obbiettivo fare memoria dei crimini dello Stalinismo.

Anche a distanza di alcuni anni, l’articolo, dal titolo “Quel che resta di un tiranno. Se la Russia giustifica Stalin”,  è interessante per capire come il grande sostegno a Putin venga da un problema di memoria storica non risolto.

Sostiene Roginskij che il rapporto dei Russi con lo stalinismo è ambiguo.  “Lo stalinismo fu un sistema di dominio in cui il ricorso al terrore era il principale strumento di governo. La memoria dello stalinismo dovrebbe essere memoria della violenza di Stato. Invece è memoria delle vittime, ma non dei crimini. Per una memoria dei crimini non c’è base giuridica: nel nostro paese non c’è nessun atto in cui il terrore di Stato è dichiarato crimine”. L’assenza di processi contro i responsabili del terrore mantiene i loro crimini in una sfera non definita come tale. Di più: per i Russi è difficile dividere carnefici e vittime, visto che gran parte della dirigenza sovietica ha impersonato entrambi questi ruoli, prima l’uno, poi l’altro. Di coloro che nel 1937 firmavano le condanne a morte, la metà era stata a sua volta condannata a morte meno di un anno dopo. E ancora: mentre i nazisti uccidevano gli “altri”, i Russi uccidevano i “propri”. L’impossibilità di distinguere i ruoli, fa sì che quella memoria sia traumatica e quindi non affrontata.

Su questa base i politici hanno buon gioco a scrivere una storia a loro uso e consumo, cercando persino nella storia zarista la memoria della grandezza russa, e soprattutto esaltando quella figura di Stalin come vincitore dei nemici che accerchiavano la Russia. “La memoria della guerra è l’asse portante su cui è stata ricostruita l’identità nazionale.” La vittoria contro Hitler, che era il Male, non poteva che arridere a chi era il Bene, dunque a Stalin e al suo Stato. La memoria delle vittime è stata marginalizzata, ridotta ai monumenti, alle cappelle, alle croci. “Memoria delle vittime, ma non dei crimini, come se fossero vittime di una catastrofe naturale“. Una catastrofe, tra l’altro, locale, perché manca, conclude Roginskij, una pubblicazione nazionale che restituisca una memoria non frammentata.

Nel frattempo con Putin l’esaltazione di Stalin è andata avanti a grandi passi.

Per quanto blasfemo possa essere, pure c’è persino chi lo dipinge sulle icone, in quanto ha salvato la patria dall’invasione tedesca, né più né meno di come fece il principe Aleksander Nevskij, colui che combatté contro gli Svedesi e contro i Cavalieri Teutonici a metà del Duecento, canonizzato tre secoli dopo la morte, patrono di SanPietroburgo.  La Chiesa di Mosca non ha dato la sua autorizzazione all’immagine. Per ora…

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